Cento vini italiani da salvare. Cento storie da raccontare. Cento famiglie da ringraziare. A prendersi la briga di fare una simile scelta - come se dovessero trasferirsi su un’isola deserta portando solo dieci volte dieci bottiglie da centellinare – sono i Trimani, famiglia storica di enotecari romani, che dal 1821 sceglie e propone i vini ai consumatori più esigenti della capitale. I Trimani hanno scritto per i tipi della Donzelli “Centovini” (268 pagine, 18 euro), firmandosi proprio così, con un nome collettivo che rimanda a una factory o, per restare in campo libresco, a Wu Ming. Dietro ci sono Carla, 39 anni, che cura oggi il winebar di famiglia in via Goito; Francesco, 37 anni, che segue i clienti; Giovanni, 34 anni, pittore che sapendo meno di vino ci ha messo la sua arte di illustratore; e infine Paolo, 41 anni, che seleziona e compra i vini. Insieme hanno deciso di scrivere una guida-non guida. Che non dà voti eppure è ancora più arbitraria, perché ha scelto cento etichette e basta, con qualche dolorosa esclusione. Che non fa analisi organolettiche saccenti e un po’ noiose, ma racconta la storia di chi i vini li produce, con l’occhio e la sapienza di chi nel vino ci è immerso per lavoro (e un po’ per piacere) ed è abituato a badare oltre che alla poesia anche al soldo. Quindi un volume che non vuol essere una guida all’acquisto – anche se poi può benissimo esserlo – ma dissetare la curiosità di chi il vino vuole assaporarlo in ogni forma. Le cento schede sono sintetiche: una paginetta e un po’. Racconta le piccole e grandi aziende italiane del vino e sceglie per ognuna un vino, non necessariamente il più famoso, o il più buono o il più venduto. Magari, la chicca. Il tutto articolato in una suddivisione geografica insolita ma assai razionale: Piemonte e dintorni (ovvero il Nebbiolo e un po’ di Val d’Aosta, Liguria ed Emilia-Romagna); l’operoso Nord-Est ( Franciacorta, Veneto, Friuli, Alto Adige, Trentino); la Toscna; il grande Centro (Marche, Umbria, Lazio e Sardegna); e i vini del sole e dei vulcani (ovvero tutto il Sud e la Sicilia). Ed è piacevole scoprire che tra i cento vini da salvare, oltre al Masseto, al Sassicaia e al Barbaresco Gaja, tutti over 100 (euro), si trovano anche la Bonarda dell’Oltrepò Pavese di Albani , il Petit Verdot laziale di Casale del Giglio e il Morellino di Scansano di Fattoria Le Pupille: bottiglie per le quali si dà una banconota da 10 e si riceve anche il resto.
Fonte: Il Giornale